L’AVVERSARIO liberamente ispirato da…

4 dicembre 2015 § 1 Commento

carrere

 

Terry si è alzata anche stamattina alle cinque e un quarto; in silenzio è già riuscita a stendere una lavatrice mentre decideva il pranzo scongelando verdure e pane, dare una botta di ferro da stiro alla camicetta che metterà per uscire e ai pantaloni di Massimo, spicciare la gatta che col tempo ha imparato a non miagolare al mattino e dare un’occhiata ai conti del locale. Dieci minuti per truccarsi e passarsi una spazzola nei capelli, ricordarsi oggi di chiamare il parrucchiere, giacca, chiavi, ombrello, lasciare i 50 euro sulla mensola per le spese minute ed infilare la porta. A quest’ora il paese sonnecchia ancora e il traffico è scarso, Terry ha preso l’abitudine di fermarsi al bar vicino al lago per un cornetto e il caffè, né troppo vicino a casa né troppo distante, tanto tra qualche giorno andrà da un altra parte prima che il barista si ricordi di lei e cominci a diventare troppo gentile. Poi parcheggia al sole e si regala un ora di lettura dei giornali, un paio di messaggi su wattsup con il fratello, che se non la sente ogni mattina è capace di piantare un casino, mentre si fanno le otto e si può avviare. Oggi va dalla madre, come tutti i mercoledì e venerdì, e in fondo le è grata di questa opportunità anche se sa benissimo che i loro rapporti non sono mai stati facili e adesso sente che ogni giorno il terreno è sempre più minato. La madre era in cucina davanti al terzo caffè e l’ennesima sigaretta e Terry si storza di sorriderle immaginando tutte le preghiere che già aveva pregato dall’alba quando, svegliatasi infreddolita dal coma notturno nel quale piombava tutte le sere, si inginocchiava davanti all’altarino dei suoi morti. Se fosse ancora vivo tuo padre, era il mantra che le adava ripetendo da mesi, e così lei buttava un’occhiata alla foto plastificata che in compagnia delle nonne, le zie, le commarelle e tutto il paradiso riunito svettava sul comò finto ottocento; ma che avrebbe potuto farci suo padre davanti a tutta quella sfortuna che si portava appresso? Oggi facciamo il cambio si stagione, sentenzia la madre, chè non ne posso più dei tuoi panni estivi in giro; in fondo era meglio così, almeno l’avrebbe tenuta occupata fino alle tre quando si sarebbe fatto un orario plausibile per tornare a casa. Mentre cominciava a piegare e stirare la sua roba squilla il telefono, stamattina Massimo, si è svegliato presto pensa, riuscendolo a liquidare in tre minuti con la scusa di una riunione in teleconferenza; registra mentalmente le sue lamentele sulla serata al locale, pochi clienti, il lavapiatti svogliato come sempre, le tovaglie non abbastanza smacchiate e, a proposito, la terza rata della Tarsu in scadenza venerdì. Ci mancava anche questa, pensa, del resto era un compito suo far quadrare il bilancio familiare; per fortuna che col suo stipendio poteva fronteggiare gli imprevisti, si erano detti lei e Massimo due anni prima, quando appena conosciutisi decisero di prendere in gestione quel piccolo ristorantino sul porto. All’inizio i soci erano tre, ma ben presto le cose si complicarono; il primo scomparve quasi subito preferendo un lavoro di cuoco stipendiato, col secondo le cose andarono ancora peggio: una sera dopo la chiusura e dopo l’ennesimo litigio Massimo lo scaraventò fuori e procurandosi un paio di ammaccature e una causa per lesioni personali che l’anno prossimo sarebbe arrivata in udienza. No, lui non aveva un buon carattere, era sempre irritabile e scontento, ma le mani addosso non gliele aveva mai messe, o almeno lei non chiamava violenza tutto quell’astio e quella freddezza che le riservava quando tornava a casa alle tre del mattino nervoso per il lavoro sempre più stentato o quella sera che la spinse giù per le scale in preda ad una crisi di rabbia. Mentre per la casa si diffondeva un inconfondibile odore di cavolo che la madre stava preparando per pranzo lei si sente improvvisamente stanca e si siede alla scrivania dove per anni aveva preparato gli esami universitari; era stata sempre una ragazza quadrata, aveva ottenuto velocemente una laurea e subito trovato lavoro in una banca d’affari facendo carriera grazie alla serietà e alla dedizione che metteva in tutto ciò che faceva. Era stimata dai colleghi e dai superiori, era spesso in giro per lavoro, guadagnava bene, aveva un buon fidanzato, ma dopo sette anni Gianni, il suo ragazzo storico del liceo aveva cominciato ad andargli stretto: i suoi venerdì sera a cena fuori, le domeniche dalla suocera, le vacanze nel Cilento, i suoi immancabili amici già sposati o in procinto di, erano di una noia mortale. Così quando in vacanza al club conobbe questo istruttore di vela subito se ne innamorò: per Gianni fu un colpo terribile e il resto ce lo aggiunsero le famiglie che già li pensavano sposati con un paio di marmocchi da viziare ma lei fu irremovibile: si meritava un’altra vita, più autentica confessò al fratello sconvolto che di Gianni era il miglior amico da sempre. Nè il carattere nè  la precarietà lavorativa di Massimo la fecero dubitare contando sulle sue forze ed il suo entusiasmo e i primi tempi sembrò funzionare; lei usciva la mattina per andare in ufficio mentre Massimo dormiva ancora e tornava alle sei quando lui apriva il locale. Arrivava sempre piena di idee per rinnovare i menù abbellire la sala e anche i fornitori da pagare le sembravano un prezzo non troppo alto per la sua felicità. “Terry ‘a mamma è pronto” riesce a sentire tra gli urletti della onnipresente Clerici; stacca il ferro e si avvia verso la cucina ma lo stomaco a quest’ora era sempre chiuso e pensa che ingurgitare la pasta e cavoli le sarebbe stato quasi impossibile. “Ha detto Clara che domani deve portate Tonino a fare la vaccinazione ma ti lascia le chiavi nel vaso al solito posto…” certo, martedì e giovedì dal fratello, anzi dalla cognata visto che il fratello lavorava a Secondigliano dalle 7.30 alle 17 e meno male che ci mancava pure il terzo figlio a quei due. Il pranzo si risolve in cinque minuti nel solito silenzio opprimente, spicciati quei due piatti Terry si getta sul divano conscia che deve tirare almeno un’altra ora in compagnia della madre che per fortuna comincia a perdere colpi; con la mente è già a casa, chissà Massimo cosa starà facendo, magari è in giro in barca, la giornata è buona per fare un po di traina, deve chiamare ancora il parrucchiere, non è normale andare in ufficio con sti capelli. Quando a febbraio il direttore la convocò si vociferava di tagli al personale ma lei si sentiva sicura: in fondo era una dipendente affidabile, in tutti quegli anni non aveva mai creato problemi, aveva perfino rinunciato alla maternità, tanto a 40 anni una lo capisce che certe cose non fanno per te, si ripeteva, e quindi la prospettiva di sei mesi di ” pausa” così lo definì il capo, non le sembrò poi tanto inquietante. Tornata a casa quella serà però Massimo era particolarmente nervoso e lei non se la sentì di parlargliene, in fondo sei mesi passano presto, perchè dargli altre preoccupazioni, qualcosa ho ancora da parte e la  cassa integrazione dovrebbe coprire almeno tre quarti dello stipendio, ce la faremo, pensò. Per i primi giorni si limitò ad uscire la mattina e gironzolare tutta la giornata per la città, qualche malattia in più, una settimana di ferie straordinaria, ma poi il fratello per caso passò una mattina in uffico e la scoprì e così lei fu costretta ad ammettere di condurre una doppia vita; più che parlagli, in effetti, eresse un muro davanti al quale nessuno potè nulla, erano solo fatti suoi e col tempo avrebbe trovato una soluzione. Ma dopo sei mesi era arrivata la lettera di licenziamento e Terry fu costretta a dirlo alla madre che ancora si gingillava con servizi di posate e corredi, la terra dei nonni al paese fu venduta, del resto una metà era sua, e mise da parte una discreta cifra che senza imprevisti le avrebbe garantito qualche anno di serenità. Ma oggi non erano i soldi a preoccuparla; da un po aveva cominciato a sentire la pietà della gente, ormai a quanto pare lo sapevano tutti tranne Massimo, gliela leggeva negli occhi, negli atteggiamenti, per strada si era accorta che  a volte le amiche cambiavano marciapiede per non incontrarla, vigliacche senza palle, pensava, sempre a lamentarsi della propria vita e dei propri mariti e mai nessuna che abbia il coraggio di affrontare la realtà. Terry si sente nel giusto, sta lottando per salvare il suo rapporto e prima o poi le cose si sarebbero aggiustate, deve solo ricordarsi di chiamare il parrucchiere perché in ufficio non ci si presenta così.

Questa è una storia vera, il rimando al libro di Carrere è frutto della mia mente perversa, ci auguriamo tutti che Terry ne esca meglio.

Sardegna per scelta

1 ottobre 2015 § Lascia un commento

Lo ammetto: siamo viaggiatori anomali. Vorremo essere tanto “vedo tutto, spendo niente” ma ci riduciamo a ” vedo tanti posti, spendo un sacco di soldi”, perchè se a cinquant’ anni sbarchi per la prima volta in Sardegna scegliendo volutamente di non avere un itinerario questa è la fine che fai, soprattutto se ti fai guidare dall’istinto e dalla bellezza che di solito non sbagliano, è vero, ma ti portano a macinare tanti chilometri e a toglierti tutti gli sfizi. Sono molto tentata dal raccontarvi le mie impressioni ma dopo dieci giorni davanti ad una pagina bianca capisco che non ne verrà fuori nulla di originale, e allora mi limiterò a raccontare una cosa sola.

Arriviamo ad Orgosolo (NU) in piena notte e ci rifugiamo nell’agriturismo ospitati nel nostro nurago iperaccessoriato; al mattino ci svegliamo con le voci dei ragazzi che cominciano ad allestire ” Il Pranzo col Pastore” . Una decina di persone lavorano nel bosco sistemando le panche e i tronchi, chi riempie i silos di vino e di acqua, chi lava i bicchieri di coccio; i macellai infilano i porceddi sugli spiedi e accendono il fuoco mentre altri incominciano a sbucciare quintali di patate. Si affettano salumi e formaggi, si dispone il carasau appena arrivato dal forno sulle sughere e noi ci sediamo ad ascoltare i loro discorsi: cose normali, problemi di figli, stipendi, il nuovo attaccante del Supramonte, tutto in un dialetto difficilmente comprensibile. Andiamo via per fare un giro tra i monti e torniamo dopo pranzo trovando un’atmosfera completamente diversa: all’ingresso del campeggio due pulman turistici hanno appena sbarcato un centinaio di turisti francesi che pascolano nel bosco in evidente stato di ebrezza; cocci sporchi ovunque, la brace vuota che fuma copiosamente e gli uomini che prima lavoravano armoniosamente stanno in un angolo fissando la scena: uno di loro con uno sforzo sovraumano imbraccia una fisarmonica dando inizio ad un penoso ballo dell’orso di una coppia di anziani alticci, una specie di sirtaki dalle sonorità dolenti, mentre si accingono ad offrire l’ultimo giro di mirto. Filiamo via in piscina sdegnati nel nostro ipocrita politically correct rimpiangendo l’abbandono delle istituzioni che costringono i giovani alla mercificazione delle loro tradizioni bla bla bla…

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La mattina dopo ripartiamo puntando sul paese per fotografare i famosi Murales di Orgosolo: al quinto giro tra viuzze impercorribili ne scoviamo uno particolarmente bello sulla facciata di una casetta modesta davanti alla quale staziona un un uomo anziano vestito, nonostante i 35 gradi settembrini, di tutto punto, maglia della salute e cappello regolamentare in testa che ci osserva scendere dall’auto e apprestarci a fotografare. A gesti gli chiedo il permesso e lui mi risponde come mettendosi in posa, con lo sguardo rivolto altrove manifestando indifferenza: scatto ringrazio e faccio per allontanarmi ma lui mi viene incontro e mi dice: “Signora, qui dietro ce n’è un altro”. Ecco questo ho capito della Sardegna: una terra dove l’uomo non ce l’ha fatta ma quando c’è riuscito ne va immensamente fiero.

avanti c’è posto

6 settembre 2015 § Lascia un commento

ladifference

 

Di profughi, a proposito perdete cinque minuti a leggere questo che ci spiega la differenza tra i vari status,  http://archivio.internazionale.it/news/da-sapere/2013/06/20/che-differenza-ce-tra-profughi-e-rifugiati , ne parlavo l’altro giorno qui https://miriampacifico.wordpress.com/2015/09/03/come-al-solito-il-problema-siamo-noi/  ma vorrei ancora aggiungere una cosa.

Il discorso in linea teorica è rivolto ai napoletani ma con i dovuti distinguo si può riferire a tutti i centri urbani italiani; quando si parla di profughi non si intendono i disperati metropolitani che gravitano tra le stazioni ferroviarie e le mense della Caritas, persone migranti regolari e non, che affollano quartieri dove regna illegalità e disagio. Mercati di spazzatura senza controlli, dormitori improvvisati in pieno centro in totale degrado, storie di prostituzione e dipendenze che sfociano spesso in reati e problemi di ordine pubblico, prevalentemente, senza colpevolizzare assolutamente qualsivoglia etnia o appartenenza ma solo per evidenziare le nazionalità di provenienza, marocchini, tunsini, nordafricani, rumeni, albanesi e ucraini. I profughi siriani sono persone che scappano dalla guerra e dalla distruzione di un paese; sono per lo più famiglie e arrivati in Europa, in quasiasi nazione europea li accolga, seppur temporaneamente, saranno riconosciuti e assegnati in modo contingentato alle città destinate ad ospitarli che li aiuteranno a ricostruirsi un’ esistenza. Più o meno quello che succederà agli abitanti di Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa di Somma, Ottaviano, Pollena Troccia, Pompei, Portici, S.Anastasia, S.Giorgio a Cremano, S. Sebastiano al Vesuvio, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre Annunziata, circa  700.000 profughi quando esploderà il Vesuvio.

 

Ps: alla lista sono stati aggiunti altri 9 paesi o frazioni di essi tra cui alcune della città di Napoli per un totale di circa un milione di persone da sfollare.

COME AL SOLITO, IL PROBLEMA SIAMO NOI

3 settembre 2015 § 4 commenti

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Oggi sulla stampa e sui social scoppia la questione delle immagini devastanti del bimbo morto spiaggiato, ma non si usava per i cetacei? , e dopo decenni di voyeurismo ci scopriamo sensibili e pudici. E allora mi sento di fare un piccolo distinguo: da una parte ci sono centinaia di migliaia di persone, del tutto uguali a noi a quanto pare, eh si mi dispiace dirvelo, con donne, figli, genitori anziani, che fuggono da guerre, carestie, schiavitù e FAME disposti ad affrontare una morte probabile al posto di una certa, una buona dose di fastidio, razzismo e incomprensione messa in atto da un’entità chiamata Europa che sta dimostrando la completa incapacità di gestire una situazione del tutto preannunciata. E sono IL PROBLEMA.

Dall’altra ci siamo noi:

noi che non abbiamo votato Salvini, Le Pen, Heider, che ci indignamo per qualsiasi cosa su Fb o su Twitter, che partecipiamo a raccolte di fondi per l’orchestra e il monumento, per il caniello e per tortello, che disdegnamo l’omologazione e ci cibiamo di cibi lenti, che leggiamo soprattutto, noi leggiamo, ci informiamo, sappiamo e il bimbo morto no, proprio non lo vogliamo in bacheca o sulla prima pagina del quotidiano.

Nemmeno io sono contenta di vedere il bimbo morto, ma per una ragione che forse ci è sfuggita a tutti: non serve a niente.

In un articolo di qualche anno fa Giuseppe Genna riprendendo il discorso trattato nel suo libro Dies Irae, Rizzoli 2006, identifica la perdita dell’innocenza dell’ italiano medio, spettatore, utente, lettore al 1981, precisamente il 10 Giugno insieme ad Alfredino Rampi nel pozzo di Vermicino, quando il diritto di cronaca sconfinò ufficialmente nell’accanimento mediatico. Quasi 35 anni di voyeurismo visivo e intellettuale ci avrebbero anestetizzato e contemporaneamente indotto ad alzare sempre più in alto l’asticella della nostra morbosità; personalmente ricordo con raccapriccio una trasmissione, credo si chiamasse Banzai, una sottospecie di giochi senza frontiere giapponese in cui dei dementi si ingegnavano a farsi del male in modi sempre nuovi tra le sghignazzate del pubblico festante. Ecco io credo che Paperisima per l’aspetto comico delirante sia lo specchio della nostra civiltà, così come  La Vita in Diretta lo sia per il dolore. Quindi il bambino morto, che sfugge dal palinsesto e rispetto al quale dovremo porci troppe domande a cui non sappiamo rispondere ci infastidisce.

Personalmente io mi sento molto peggio quando cambio cellulare ogni due anni senza averne bisogno o quando mi lavo i denti lasciando scrosciare l’acqua per cinque minuti l’acqua; perchè niente mi toglie dalla testa che IL PROBLEMA ho contribuito a crearlo anch’io e che litigando con le teste di cazzo su Fb o indignandomi per il bambino morto non lo risolverò di certo. E soprattutto davanti a una tragedia di tale portata potremmo almeno metterci un attimo da parte, perchè se l’eminente editorialista del quotidiano o la casalinga di Voghera oggi davanti al bambino morto sta male, a me non me ne frega proprio niente.

le migliori vacanze per i nostri libri

24 luglio 2015 § 1 Commento

20150512_141424     Dato che ormai pure in profumeria ci consigliano i libri da intonare con l’abbronzante ho pensato di proporre le migliori vacanze da abbinare ai libri che stiamo leggendo.

ELENA FERRANTE – uno qualsiasi della quadrilogia, fate un po voi – E/O Edizioni

BERGAMO possibilmente Alta

JON KALMAN STEFANSSON – I pesci non hanno gambe – Iperborea

KENIA Classic Safari

MURAKAMI HARUKI -Uomini senza donne- Racconti – Einaudi

IBIZA ad agosto, così poi vediamo se una donna la trova

JONSDOTTIR SOLVEIG – Reykjavik Cafè – Sonzogno

NAPOLI centro storico

E L JAMES – Grey – Mondadori

AREZZO Convento della Verna

ZERO CALCARE – Dimentica il mio nome Bao Publishing

CAPALBIO, questa era facile…

poi dice che uno resta, o diventa, NONLettore: almeno potrà andare a non leggere dove diavolo gli pare?

Kenzo

13 luglio 2015 § Lascia un commento

I gatti di Farfa

Miryam PacificoKenzo è un gattino milanese di tre anni, quasi autistico, poche interazioni con gli umani e nessuna con i suoi simili, cresciuto viziatissimo sul divano al terzo piano di un monolocale in Via Padova, fino a due mesi fa quando si è ritrovato, causa trasferimento della sua Umana, in una villa di campagna a Napoli, in mezzo a una colonia di 5 gattacci screanzati. Dopo una settimana ha preso possesso del cortile e spadroneggia felice. 

Miryam Pacifico

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4 VOLTE GRAZIE

6 giugno 2015 § 1 Commento

E ancora con le immagini della fantastica serata di ieri negli occhi che ci accingiamo a ringraziare i nostri campioni! La finale di Champions 2015 di Berlino  Barcellona – Juventus  del 6 giugno passerà alla storia di tutt i tifosi italiani e di tutti gli amanti del calcio. Negli anni a venire si racconterà “io c’ero” durante tutta la sofferenza dei 35 minuti del primo tempo, assediati nell’area da un Barcellona che nonostante la fallosità e la mancanza di idee ci costringeva a difenderci; si racconterà “io c’ero” al fantastico gol di Tevez che faceva esplodere l’Italia intera in ua gioia incontenibile; si racconterà del secondo tempo duro e contestatissimo che non ci ha mai visto soccobere ne nel gioco ne nella personalità da veri campioni quali siamo; si racconterà del 79simo e del gol di Messi, e poi di quello di Suarez e poi del rigore ancora di Messi; si racconterà “io c’ero” alla sconfitta della Juve, piegata ma mai domata, come il sacro cuore bianconero. Grazie, quattro volte grazie pure per la gioia che hai dato a tutti noi. Grazie