Sardegna per scelta

1 ottobre 2015 § Lascia un commento

Lo ammetto: siamo viaggiatori anomali. Vorremo essere tanto “vedo tutto, spendo niente” ma ci riduciamo a ” vedo tanti posti, spendo un sacco di soldi”, perchè se a cinquant’ anni sbarchi per la prima volta in Sardegna scegliendo volutamente di non avere un itinerario questa è la fine che fai, soprattutto se ti fai guidare dall’istinto e dalla bellezza che di solito non sbagliano, è vero, ma ti portano a macinare tanti chilometri e a toglierti tutti gli sfizi. Sono molto tentata dal raccontarvi le mie impressioni ma dopo dieci giorni davanti ad una pagina bianca capisco che non ne verrà fuori nulla di originale, e allora mi limiterò a raccontare una cosa sola.

Arriviamo ad Orgosolo (NU) in piena notte e ci rifugiamo nell’agriturismo ospitati nel nostro nurago iperaccessoriato; al mattino ci svegliamo con le voci dei ragazzi che cominciano ad allestire ” Il Pranzo col Pastore” . Una decina di persone lavorano nel bosco sistemando le panche e i tronchi, chi riempie i silos di vino e di acqua, chi lava i bicchieri di coccio; i macellai infilano i porceddi sugli spiedi e accendono il fuoco mentre altri incominciano a sbucciare quintali di patate. Si affettano salumi e formaggi, si dispone il carasau appena arrivato dal forno sulle sughere e noi ci sediamo ad ascoltare i loro discorsi: cose normali, problemi di figli, stipendi, il nuovo attaccante del Supramonte, tutto in un dialetto difficilmente comprensibile. Andiamo via per fare un giro tra i monti e torniamo dopo pranzo trovando un’atmosfera completamente diversa: all’ingresso del campeggio due pulman turistici hanno appena sbarcato un centinaio di turisti francesi che pascolano nel bosco in evidente stato di ebrezza; cocci sporchi ovunque, la brace vuota che fuma copiosamente e gli uomini che prima lavoravano armoniosamente stanno in un angolo fissando la scena: uno di loro con uno sforzo sovraumano imbraccia una fisarmonica dando inizio ad un penoso ballo dell’orso di una coppia di anziani alticci, una specie di sirtaki dalle sonorità dolenti, mentre si accingono ad offrire l’ultimo giro di mirto. Filiamo via in piscina sdegnati nel nostro ipocrita politically correct rimpiangendo l’abbandono delle istituzioni che costringono i giovani alla mercificazione delle loro tradizioni bla bla bla…

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La mattina dopo ripartiamo puntando sul paese per fotografare i famosi Murales di Orgosolo: al quinto giro tra viuzze impercorribili ne scoviamo uno particolarmente bello sulla facciata di una casetta modesta davanti alla quale staziona un un uomo anziano vestito, nonostante i 35 gradi settembrini, di tutto punto, maglia della salute e cappello regolamentare in testa che ci osserva scendere dall’auto e apprestarci a fotografare. A gesti gli chiedo il permesso e lui mi risponde come mettendosi in posa, con lo sguardo rivolto altrove manifestando indifferenza: scatto ringrazio e faccio per allontanarmi ma lui mi viene incontro e mi dice: “Signora, qui dietro ce n’è un altro”. Ecco questo ho capito della Sardegna: una terra dove l’uomo non ce l’ha fatta ma quando c’è riuscito ne va immensamente fiero.

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