Tullio Avoledo Chiacchiere con una lettrice

7 novembre 2014 § Lascia un commento

Una delle prerogative esclusive dei lettori è la libertà;

estranei alle logiche editoriali, motivati solo dalla curiosità e dalla passione ci aggiriamo tra i libri e, perchè no, tra gli ebook alla ricerca di quello che ci regalerà ore di autentico incanto sviluppando nel corso del tempo un affetto verso chi ci ha affascinato con le sue storie. Scoprire poi che uno dei nostri autori preferiti italiani è anche una persona gentile e disponibile che accetta di regalarti un po del suo tempo per fare due chiacchiere con noi fa diventare la propria passione un esperienza umanamente entusiasmante. Questo è ciò che è venuto fuori dal mio incontro con Tullio Avoledo…

 

Dal 2003 con L’Elenco Telefonico di Atlantide al 2014 La Crociata dei Bambini sono passati 11 anni. Se c’è, mi può parlare del filo logico che corre attraverso le sue opere?

Non ho idea se un filo logico ci sia. Semplicemente a volte mi viene in mente una storia che ho voglia di raccontare, e la racconto. Un mio romanzo può nascere anche solo da una frase, da un gesto o da un volto visti per strada… Quello a cui sto lavorando ora, ad esempio, non sarebbe nato se lo scorso aprile non avessi passato una settimana in un appartamento a Istanbul, un palazzo dei primi del ‘900 che mi parlava con ogni pietra, con ogni dettaglio. Mi parlava soprattutto con il suo silenzio, il silenzio delle persone che ci avevano vissuto, generazione dopo generazione, attraverso guerre e persecuzioni, amando e soffrendo, nascendo e morendo tra quelle mura senza lasciare traccia. Tocca agli scrittori riempire quel silenzio di nomi, di parole, di storie, sostituendo quello che non c’è più con la fantasia. Ecco, credo che il filo logico sia quello della mia grande paura per il silenzio del tempo, e il mio bisogno di ridurre i confini di quel vuoto, di respingere l’invasione del silenzio, dell’oblio. Il primo, gracile racconto che ricordo di aver scritto, quando avevo 18 anni, finiva con questa battuta del protagonista: “Io sono quello che ricorda”. Ben Pastor, una scrittrice che amo, presentando un suo libro a Pordenonelegge, l’anno scorso, disse due cose che mi toccarono il cuore. Rispondendo a una domanda sul perché ambientasse i suoi romanzi durante la Seconda Guerra Mondiale, rispose che quella guerra aveva lasciato tanti morti insepolti, e che i suoi libri servivano a dare sepoltura ai morti. E poi parlò del Ma, il concetto giapponese della distanza che crea il rapporto tra le cose, o tra le persone. Affascinante. Grazie per avermi fatto riflettere sul filo logico. Credo di poter dire, adesso, che è l’entropia. La dispersione delle nostre vite nel nulla. E il tentativo disperato, con la scrittura, di salvare qualcosa dal naufragio. Se dovessi sintetizzare la cosa, userei un verso di Dylan Thomas: “Do not go gentle into that good night“.

“Non andartene quieto in quella buona notte.

Infuria, infuria contro il morire della luce.”

 

Una delle cose che salta agli occhi leggendo i suoi libri è il totale sradicamento dai canoni classici di unità di spazio- tempo. Puo spiegarci, se come credo sia una ricerca precisa, la sua valenza ai fini narrativi?

Il tempo è il nostro grande nemico, almeno così come lo percepiamo. Ma è solo una questione di prospettiva. Il mio concetto di tempo non è lineare, ma a spirale. Credo che l’esempio più chiaro di come lo percepisco sia la scena di Lo stato dell’unione in cui quella che sembra una sola festa è in realtà un mix di tre feste diverse. La linearità è una fregatura. Percepire il tempo come un’autostrada che va dal passato al futuro limita le nostre vite a un solo tratto di percorso. Io vedo il tempo come una spirale in continua rotazione, in cui presente, passato e futuro sono contemporanei, compresenti, mi scorrono accanto, ed è solo un mio limite non riuscire a vedere gli altri tempi che ho intorno.

 

E’ consapevole di essere un autore che chiede ogni volta ai lettori uno sforzo nel lasciare i rassicuranti piani narrativi per lanciarsi in avventure che possono rivelarsi quanto meno spiazzanti?

Ho appena finito di leggere L’ostinato scorrere del tempo, il bel romanzo d’esordio di Justin Go. Verso il finale c’è una scena che ha a che vedere con una porta chiusa a chiave, non dirò altro per non spoilerare tutto. Scriverla così ha richiesto un notevole coraggio all’autore, e richiede uno sforzo al lettore. Ma va bene così. Quando nella penultima sezione di L’anno dei dodici inverni cambio completamente registro spostando la storia in un futuro ispirato a un videogame, gran parte dei lettori si sente spiazzata. Qualcuno si è persino arrabbiato. Ma io credo nella loro intelligenza, nella selezione naturale che mi porta a vendere sempre meno libri ma ad avere lettori fedeli di cui vado molto fiero. Non si può piacere a tutti. Mi rendo conto che i miei due ultimi romanzi, Le radici del cielo e La crociata dei bambini mi hanno procurato un pubblico completamente nuovo, soprattutto di giovani, ma hanno allontanato alcuni lettori “storici”. Mi dispiace, ma se avessi dovuto dar retta alle richieste del pubblico a quest’ora avrei scritto L’elenco telefonico di Atlantide XII.

 

Narrativa, fantascienza fumetto; quanto, se si paga, le è costato il liberarsi da un genere narrativo e come gestisce la libertà che ne consegue?

La mia scrittura si è sempre interfacciata con la massima libertà con altri generi narrativi senza complessi, né di superiorità né di inferiorità. Non è che diano più libertà: offrono solo più mezzi espressivi. Aumentano i colori della tavolozza. Rendono la scrittura più vicina al jazz che alla musica classica. Mi piace avere con la scrittura lo stesso rapporto che Stefano Bollani ha con la musica: renderla quanto più possibile libera e in grado di abbracciare la realtà, il mondo. Così nello stesso romanzo posso citare Star Wars e la teoria cabalistica dello Tsimtsum, i supereroi della Marvel e una poesia di Pasolini.

 

Passerei ora a qualcosa di decisamente più fatuo…

Anche solo a cercarla su Google si evince che Lei non appartiene allo star system: come si vive in questa privilegiata posizione di osservatore il mondo letterario italiano?

Privilegiata o emarginata? Comunque non sono il solo a porsi fuori dal mondo letterario italiano. Che è molto più piccolo di quanto pensino quelli che ci vivono e ci stanno bene. Mi fa impressione vedere come tanti autori italiani facciano comunella solo tra di loro, leggendosi a vicenda e ignorando chi è al di fuori della loro cerchia. Potrei raccontare qualche gustoso aneddoto, in proposito, ma per pietà evito di farlo. Ad ogni modo si sta benissimo al di fuori di un mondo letterario che si crede un castello ed è un tinello…

 

Come già ha dichiarato sembra deluso dai nuovi e vecchi media: Tv, internet, social, da scrittore lungimirante dove immagina ci porterà questa deriva che mi permetto di definire decadente?

A riscoprire la lettura tradizionale, forse. A uscire dalla trappola dell’attualità, per cui devi leggere sempre l’ultima cosa uscita, ascoltare musica nuova, cambiare abbigliamento e via dicendo. Riscoprire la lentezza, le cose che durano nel tempo, e rileggere, ripensare, riflettere. Farsi sedurre dal nuovo solo quando merita. Quanto ai media, non frequento i blog (chiedo scusa), non uso Facebook e vedo la televisione solo da dietro la spalla di mia figlia dodicenne, e mi sembra la televisione di un mondo parallelo. Trovo che un programma come Masterchef, ad esempio, sia qualcosa di veramente pornografico, molto vicino ai programmi che Margaret Atwood (grande donna, anche se non fa parte del mondo letterario italiano…) immagina nella sua trilogia di Oryx & Crake: programmi come Ali BooBoo, che mostra esecuzioni di ostaggi in diretta: non siamo molto lontani dalla realtà. Stiamo per arrivarci. YouTube è la cosa più orrenda che sia stata concepita dal web. Io continuo a sognare la Rete immaginata da William Gibson in Neuromante o in Count Zero quasi trent’anni fa, non questa minestrina controllata da governi e multinazionali che è adesso. Poteva essere (forse può ancora essere) grande come un oceano e invece viene usata come lo stagno delle papere ai giardinetti pubblici.

 

Cosa dobbiamo quindi ancora aspettarci da Tullio Avoledo, scrittore, intendo?

Non ne ho idea. Vedremo. Sto lavorando a un romanzo stranissimo (tanto per cambiare). Per scriverlo ho messo momentaneamente da parte il terzo libro della trilogia di Metro 2033. Meglio così. Il Primo Cittadino della Firenze postapocalittica assomigliava troppo al nostro attuale Presidente del Consiglio d’Occupazione, truccato e imbellettato come Berlusconi. Spero tanto che per quando il libro sarà finito il signor M.R. sia solo un ridicolo ricordo. Anche se temo chi potrà capitarci dopo.

 

Tanto per dare un tocco surreale a questa conversazione Le giro un domanda propostami da una cara amica e Sua assidua follower su twitter a cui, inspiegabilmente, è convinta che Lei sappia rispondere…

Come si fa a stare contemporaneamente sopra e sotto, dentro e fuori?

Mi dispiace, non ne ho proprio idea. Mi sa che sto per perdere un follower. Forse bisognerebbe chiederlo al Bosone di Higgs. Tra l’altro, Higgs l’ho anche incontrato, a gennaio, ma il bosone non l’aveva portato. Peccato, perché volevo farmi un selfie con lui. Scherzi a parte, se penso a “sopra e sotto, dentro e fuori” mi viene in mente Escher. O lo Tsimtsum, lo “svuotamento di Dio”…

Quando mi ritirerò in un monastero zen su Marte prometto che lavorerò solo su questa domanda.

 

Nonostante tutto riesce ancora ad avere fiducia nei suoi lettori?

“Fiducia” è una parola che non mi piace. Preferisco dire che riesco ancora ad amare i miei lettori. I pochi rimasti. E che cerco di scrivere all’altezza di questo sentimento.

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