de Ignoranza

8 agosto 2014 § 1 Commento

Che l’Italia fosse ormai un paese distopico lo si era capito da tempo.
Non farò l’ennesimo elenco delle lamentele e delle storture di un paese meraviglioso ridotto allo sfascio.
Eppure a noi 50enni avevano insegnato che sgobbare sui libri, specializzarsi e credere nel proprio impegno sarebbe bastato per avere una vita soddisfacente al riparo dalla precarietà e dal disagio; che con la competenza e l’esperienza avremo avuto una visione della vita coerente e avremo potuto tramandarla ai nostri figli; che sarebbe bastato seguire la lezione dei Maestri che ci avevano preceduto per fugare i nostri dubbi; che era giusto coltivare le proprie passioni e stimolare le curiosità favorendo la nascita di una coscienza critica e del libero pensiero. Poi chissà come ci siamo ritrovati con le lauree e master in comunicazione ottenuti a carissimo prezzo a friggere patatine nei fast food; in un posto dove qualsiasi ragazzotto uscito da un talent ci spiega come gestire i rapporti di coppia, una giornalista che finge di cucinare in tv all’ora di cena parla delle riforme costituzionali e un astronauta pretende di scegliere la formazione della Nazionale. Siccome non me la sento di annoverarmi tra questi dirò la mia su una cosa sola che credo di conoscere perché ormai pratico da più di quarant’anni, la letteratura. Io leggo. E se un’amica mi chiede di consigliarle un libro mi attengo al “ mi è piaciuto, oppure no”. Ma da quando frequento i social vedo sempre più di frequente spuntare ovunque critici letterari. Sarebbe facile e scontato dire sono tutti scrittori falliti che sublimano le loro frustrazioni sputando veleno su qualsiasi cosa abbia minimamente successo, anche perché spesso hanno ragione: quel che mi lascia perplessa è che credevo che per far critica letteraria bisognasse non dico aver studiato tutto il canone occidentale sul quale si può essere anche in disaccordo, per carità, ma almeno sapere come e soprattutto perché la si scriva. E invece via alle recensioni in 140 caratteri, due righe, una foto, una battuta, un haiku, un’emoticon, intere pagine di livore e di nulla commentate nella migliore delle ipotesi da centinaia di fan ossequianti pronti a sospingere l’ultimo blogger nell’universo dei maître a penser. E siccome non basta ancora ecco le recensioni provocatorie: leggo su Facebook un signore con un nick accattivante che in tre frasi liquida Proust, Eco e Tolstoj con l’enfasi del ragionier Fantozzi sulla corazzata Potemkin facendo sganasciare decine di fan. Non spetta a me disquisire sulla crisi dell’editoria, ma cercare di arginare il crollo della lettura svilendo la qualità dell’offerta equiparando il contenuto letterario a una crema solare per la quale una mirata campagna di marketing è la soluzione vincente, non aiuta. In un paese dove proprio ieri abbiamo assistito all’indegno spettacolo di questo tipo di disinformazione “ Il Sig. Schettino invitato a tenere una Lectio Magistralis all’Università La Sapienza di Roma sulla gestione del panico” pubblicato sulle principali di testate nazionali, che ha generato per il gaudio degli indignati migliaia di battute rilanciate poi dagli esimi Telegiornali. In un paese in cui una famiglia su cinque non possiede una libreria in casa, una persona su tre compra un libro l’anno, e non sappiamo nemmeno se lo legge, le librerie falliscono, i giornali chiudono, la televisione ha smesso da decenni di fare informazione a vantaggio dell’intrattenimento di bassa lega, i premi letterari sono ostaggio delle case editrici e dei critici prezzolati, ecco in un posto così mi chiedo, come si può fare ancora onestamente cultura? Io una risposta non ce l’ho, io faccio solo la mia brava parte, leggo.

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