22 ottobre 2013 § Lascia un commento

Ieri ho visto un vecchio lavarsi la faccia;

un vecchio normale

non uno di quelli lampadati al filler con i jeans fucsia imbraccialettati come Madonne Dell’Arco,

uno che magari faceva il falegname o il professore di storia in periferia

o il contadino nell’avellinese o un magistrato ad Oristano,

uno che teneva minimo ottant’anni e di cose, lui, ne aveva viste parecchie

e nel bagno di un ospedale, con suo asciugamanino grigio-vecchiaia sulla spalla

si lavava la faccia.

L’ho osservato perchè ci metteva una vita ed io, di fretta come sempre, fremevo.

E poi ho capito perchè ci metteva tanto.

Dal lavandino correva un filo d’acqua e alle sue mani occorreva tempo per riempirsi.

Ma a lui sembrava non importare, anzi ogni tanto controllava che rubinetto fosse aperto il giusto e gettando un occhiata catarattica allo specchio scambiato aspettava con le mani a coppa e poi strofinava con cura il viso mal rasato, il collo, la nuca.

In quel filo d’acqua c’era il senso di una vita, l’attesa, il rispetto, la gratitudine per la corda del secchio del pozzo che nessuna jacuzzi gorgogliante a cascata potrà mai insegnarci.

Finito di asciugarsi, mi ha sorriso e allontanandosi nel pigiama a righe regolamentari inaspettatamente mi ha detto grazie.

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