6 ottobre 2013 § Lascia un commento

Intermezzo letterario- Naghib- parte II

 
In un alba di marzo di tanti anni prima Naghib si era ritrovato completamente sbronzo ( che Allah mi perdoni ) ad essere salvato da questo uomo dai capelli irsuti incrostati di sabbia e cocacola: Mario ostentava un gigno feroce sottolineato da una cicatrice che gli prolungava il taglio delle labbra fino ad un orecchio. ” Bevvi ad una fontana che menava un filo d’acqua”,  gli disse. ” ma il filo eraa troppo affilato” e scoppiò a ridere. Il Matto non andava mai da solo, con lui c’era sempre un cane, ma non  era mai lo stesso. A volte era un vecchio pastore tedesco che conservava ancora vestigia di nobiltà, a volte un minuscolo e furbissimo bastardo, degno compare e protettore di un matto, a volte una cagna che lui chiamava affettuosamente Signora Gargiulo, che lo accompagnava nei suoi giri e nelle sue storie. A Naghib del resto piacevano i cani che incontrava lì: non somigliavano per nulla ai cani della sua infanzia. Al suo paese non c’era un uomo che non avesse sulle caviglie il ricordo di un cane se non altro per avere una buona scusa per snocciolare un ennesima stroria. I cani al suo paese erano tutti feroci, sbucavano all’improvviso affamati da dietro un angolo e ti azzannavano veloci per poi fuggire spaventati dalla propria audacia. I cani di quì già li vedi da lontano, indisponenti ma sazi e senza alcuna voglia di cercarsi rogne; non è che la passassero tanto bene, intendiamoci, ma tra i bidoni di rifiuti traboccanti e qualche vecchietta caritatevole non c’era bisogno di tirare fuori i denti. Del resto Naghib sentiva che stava diventando come loro, un randagio normalizzato, si chiedeva solo, visto che nonostante tutto non poteva dire di soffrire la fame, il freddo o ringraziando Allah la malattia, se sarebbe stato ancora capace di tirare fuori i suoi di denti.
Il parcheggiatore no, quello era un’altra storia Era un essere cattivo e Naghib lo sentiva anche ora mentre lo sbirciava da lontano. Più del suo sguardo diceva il tatuaggio che portava sull’avambraccio, una spirale, volute di fumo che si alzavano e una caverna, così gli sembrava, che racchiudeva una scritta, una sigla minacciosa. Il guardiamacchine seduto sulla sua sdraio imprecava, fumava rabbioso, intascava le diecimila lire, faceva sparire qualche motorino, comandava i guaglioni, taglieggiava Naghib equelli come lui, litigava con qualcuno e parlava sempre al telefonino tutto il santo giorno per tutta l’estate e tutto questo solo per placare la bestia che aveva dentro: la roba. A Naghib era attento, sazio si ma non stupido e finita la sua bibita ricominciò il giro, Oggi comunque si sentiva felice: il mese era finito ed era di nuovo il giorno di Hamidè la sua promessa sposa, la sua femmina come diceva Mario. Oggi avrebbe lavorato solo per lei nell’attesa della sera quando con le sbrigative attenzioni di una battona avrebbe consumato la sua urgenza di donna. Egli spendeva così il suo amore e quel frettoloso amplesso mensile non faceva che incrementare la dolcezza del suo ricordo.
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